Pagina:Cuore infermo.djvu/259

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Parte quinta 259

lui. Uno solo osò dichiarare che le famose sedici battute dell’Africana lo avevano sempre trovato dormente. Gli altri si scandolezzarono: lui, con la lente infissa nell’occhio destro e mantenuta lì da una contrazione spasmodica, col bastoncino nero con cui batteva sul ferro della ringhiera, continuava a sostenere che anche quella sera avrebbe dormito. L’impresario era uno sciocco ad aprire il teatro con quel narcotico. Si calmò solo quando gli assicurarono che la prima donna era molto seducente. Meno male: c’era da turarsi le orecchie, ma da aprire gli occhi.

La sfilata del pubblico grosso continuava. Tutte quelle persone, provinciali, dall’aria stordita, borghesi, borghesone e borghesine, dal contegno gravemente stupido, forestieri serii e stecchiti, coll’occhialino ad armacollo, venendo dal freddo rigidissimo della via ed entrando nell’ambiente già riscaldato dei corridoi, provavano un senso di soddisfazione. Davanti al guardaroba vi era folla. I venditori dei libretti salivano e scendevano, offrendo la loro merce con la voce stridula ed insistente; la gente fine passava, con un moto di disprezzo, senza comprare; gli ingenui, quelli di buona fede, che non capiscono la musica senza le parole, si fermavano e contrattavano. Due fioraie giravano, con le panierine piene di gardenie, destinate all’occhiello degli eleganti. Qualche dama giungeva. La porta di mezzo era schiusa. Di sopra, dalla piattaforma, si vedeva una ruota arrestarsi, abbassarsi una staffa, un piedino calzato di raso bianco posarsi lievemente sulla staffa ed in un piccolo balzo essere sullo scalino. Una donna compariva avvolta nel largo mantello di lana bianca, ricamato, a pieghe molli, sotto cui è nascosto l’abito, sotto cui si nasconde lo strascico; una dama appoggiata al braccio di un marito, di un fratello, d’un padre. Dietro, un