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262 Cuore infermo

vecchie, matrone, signorine; qua e là un piccolo screzio, qualche nome dell’alta finanza. In terza cominciava la ricca borghesia, quella che ha le pretese al buon gusto; qua e là una ballerina, una fioraia alla moda, una etèra in abito smagliante e provocante. Poi la quarta, la quinta, borghesia quadrata, profonda, colori atroci, fiori enormi, guanti feroci, dodici persone in ogni palchetto, bimbi, servi, nutrici, nonne, zii, cugini, assiepati, rovesciati, gli uni sugli altri, col viso rosso dal piacere e gli occhi sbalorditi. In alto, in altissimo, nel lubbione, il popolino melomane, i soldati, gli studenti. La sala era bellissima. Il suo oro appannato, quasi bruno, lo stucco ombrato, senza fulgore, il rosso cupo delle tappezzerie, tutto il fondo del quadro di un gusto così sobrio, così severo, così artistico, faceva maggiormente risaltare la vita di quella folla multicolore, di quella platea a grandi macchie nere interrotta da un abito roseo o giallo. Nei palchi era uno sfolgorìo di gemme, di occhi, di spalle opulente, di braccia bianche e nude. La seconda fila era splendida di colori, delicati, vivaci, di riflessi serici. Una leggiera nebbia, un polverìo rosso, si sollevava nella sala. I ventagli si agitavano come ali bianche e dorate. Nell’aria si appesantivano vaghi sentori di fiori, di polveri profumate, di belle donne scollacciate, di aliti innamorati ed accesi. L’ambiente si viziava; i novellini ci respiravano a fatica, provavano uno stordimento alla testa, un languore stupefacente. Ma i pallidi fiori della nobiltà vi si rialzavano più rigogliosi, quasi che la luce del gas fosse il loro sole, quasi che quell’aria li ristorasse. Le guancie smorte delle giovanette pallide si coloravano lievemente: gli occhi già stanchi di tanti spettacoli, dalla palpebra plumbea, si accendevano d'un raggio: le spalle bianche delle signore si marmorizzavano di roseo, come se ondate di sangue