Pagina:Cuore infermo.djvu/29

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Parte prima 29

sepolcrale, carica di gioielli, con un abito troppo ricco pel suo corpo sfasciato — la principessa di Celano, bianca, fresca, con una bocca troppo piccola e sempre sorridente, malgrado il suo matrimonio di amore con un bellissimo principe che l’amava, la tormentava con la gelosia e la tradiva giorno per giorno con femmine stupide e brutte — la principessa di Brancaccio, un portamento regale, ma dissimulato in una grazia espansiva, un volto dalle linee pure, invecchiata da una passione unica, una passione cambiata poi in un misticismo profondo e convinto, che ingialliva il caldo pallore di quel viso, smorzava in roseo appannato il rosso vivo delle labbra — la duchessa della Mercede, una spagnuola, magra, alta, dalle labbra sottili, dagli occhi di carbonella, diritta e fiera nei suoi merletti stupendi, col contegno rigido di una virtù impeccabile per natura, implacabile pei falli altrui — la duchessa Della Marra di Alliano, biondo-cenere, col volto troppo fresco di una donna cinquantenne che non ha avuto figli, e sulla fronte la malinconia di una razza nobilissima che si estingue, il cruccio lento e continuo di una vita sterile — la duchessa di Mileto, una vedova di ventotto anni, severa, malgrado le lusinghe dei capelli castani e i ricci da giovanetta, cui sembra veder apparire nei ridenti occhi il terrore di un corpo sfracellato, quello del giovane marito che si era suicidato — la principessa di Montefermo, una sassone già vecchia che si tingea in giallo i capelli grigi, che prendeva ancora le arie sentimentali del suo paese, che vestiva di bianco la figliuola e non la maritava per farsi credere più giovane — la principessa di Giansante, brutta, con un naso adunco, sempre bizzarramente acconciata, intelligente, spiritosa, maligna, cattiva e seducente — la duchessa D’Alemagna, primissima nobiltà napolitana, con quindici titoli, senza