Pagina:Cuore infermo.djvu/297

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Parte sesta 297

indietro, chiudendo gli occhi, ansando, spasimando, soffrendo atrocemente. Dopo cinque minuti di cammino, la carrozza si fermò.

— Continuate, continuate!

— Verso Poggioreale, eccellenza?

— No — disse lei, tremando, colpita dal nome. — Tornate indietro.

Al ritorno cercò farsi una ragione per calmarsi. Infine ella non sapeva nulla della sua malattia. Perchè giudicarla mortale? Perchè mettersi al peggio, fantasticare tetramente di morte? Perchè abbandonarsi alla disperazione, quando forse tutto poteva salvarsi? Si son date guarigioni miracolose. Un rimedio ci doveva essere. Era decisa: sarebbe salita dal dottore Galliata, lo avrebbe interrogato... Ma, quando arrivò di nuovo dinanzi al portone numero 112, fu assalita da capo da una grande debolezza. Era in uno stato d’incertezza; un momento voleva e si raffermava nella sua volontà, il momento seguente disvoleva. Dietro i vetri del suo coupè, ella fermava sulla gente un occhio vagante, quasi senza sguardo. Quattro volte la carozza percorse su e giù la popolosa e borghese strada di Foria, con molta meraviglia del cocchiere sul gusto strano della signora padrona; otto volte la vettura passò davanti al numero 112 senza fermarsi; dopo di che discese verso gli aristocratici quartieri di Toledo e di Chiaia. Invano, invano, perchè Beatrice non aveva osato andare dal dottore Galliata per ascoltare la verità.


— Arrivi, finalmente! Ti aspetto da un’ora — esclamò Marcello che passeggiava in anticamera. — Come si va? Stai bene?