Pagina:Cuore infermo.djvu/311

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Parte sesta 311

tandosi, con un allegro e noncurante sorriso, in un vortice dove sarebbe rimasto affogato. Intorno a sè il suo palazzo in disordine, la confusione sovrana, le ricchezze che soperchiavano dalle finestre, dalle scale, sulla via, la fiammata di fortuna, il bagliore di un incendio, un ballo sfrenato, una ridda, dove tutto crepitava e moriva, la sua vita, la ragione di Marcello, il nome dei Sangiorgio, i loro palazzi, le loro terre. E la visione del presente, tutta rossa, tutta lucida, tutta splendida, dalle lingue di fuoco che salivano al cielo, dalle colonne incandescenti che abbruciavano le nuvole, era più spaventosa di quella dell’avvenire.

— Signore, Signore, fatemi non pensare!

Poi, come il pensiero si ostinava a restare, come ella udiva la follia battere alle porte del suo cervello un rullìo incessante, si gettava a corpo perduto, ad anima perduta, nella esecuzione di qualche stravaganza, dove potesse non sentire, dove potesse non pensare.

Ma vi era un’altra cosa su cui s’imprimeva, ogni dì più, un carattere febbrile quasi disperato: ed era il suo amore. Non era più quell’amore biondo come l’oro, dove si riuniscono tutti i colori e le gradazioni dell’iride, tutti i suoni armonici e melodici, tutte le felicità reali ed ideali, tutte le gioie piccine e grandiose. Era diventato un amore senza misura, senza regola, cupo nella sua forza, tetro nella sua condensazione, tumultuoso, selvaggio nella sua espansione. Beatrice non era più la innamorata gentile, il cui volto si colorisce nel roseo delicato del pudore alla parola dell’amore, che afferma nella sua figura tutta la pienezza della sua esistenza: era invece l’amante imperiosa, collerica, capricciosa, appassionata, gelosa, con l’anima sempre in sussulto, il volto sempre pallido, le labbra sempre assetate. Ella aveva preso dell’amante tutte le strane esigenze, le