Pagina:Cuore infermo.djvu/313

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Parte sesta 313

Talvolta, mentre assistevano allo spettacolo, molto soli, ma al cospetto del pubblico, ella si metteva a parlargli lentamente, con la sua bella voce languida, dove ogni tanto si trasfondeva un fremito che era una carezza, a dirgli quelle frasi singolarmente cadenzate che quasi si allargano, quasi hanno un’eco nell’anima che le ascolta. Gli ripeteva a fior di labbro, con un sorriso lungo quelle parole incantate, nelle cui sillabe vi deve essere uno strano fascino se arrivano a commuovere solo col loro suono; ella ne trovava di nuove, di quelle che fanno vibrare tutte le corde affettive di un cuore. Egli l’ascoltava, con un’attenzione sostenuta, guardandola, chinando un po’ capo, cullato da quell’onda dolcemente sonora, socchiudendo gli occhi come se una viva luce lo abbagliasse. Quando stava per risponderle:

— Taci, taci — esclamava lei, e gli voltava le spalle e per un’intera serata non gli parlava più.

Poi diventava diversamente crudele, per giornate intere si dimenticava di lui, quasi che non esistesse più. Usciva, ritornava, leggeva, scriveva, pregava, senza badargli, senza parlargli. Non gli rispondeva; e si stringeva nelle spalle quasi annoiata, si lasciava adorare da lui in ginocchio senza commuoversi, come un idolo di pietra. Lo guardava senza sdegno, ma senza un pensiero, come si fissa una cornice o una tavola. Senza dire un motto, senza fare un gesto, lo respingeva energicamente, costantemente, con tutta l’indifferenza della sua figura.

— Tu mi odii — le diceva lui.

— Oh! no — rispondeva ella, con un accento di stanchezza — non ti odio.

E volgeva il capo dall’altra parte, quasi non volesse vederlo più. Egli comprendeva; si alzava, scorato, disanimato, sperando ancora una parola d’amore.