Pagina:Cuore infermo.djvu/327

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Parte sesta 327

alcun pensiero», aveva ella detto, con un movimento di fierezza a suo marito. L’orgoglio innato le faceva disprezzare la compassione superficiale di suo padre. Un giorno che Marcello le aveva nominato a caso Amalia Cantelmo, ella aveva mal celato il suo fastidio a tale discorso.

Ora guardava l’arredamento delle stanze, formando altri progetti. Ancora non poteva camminare molto, nè disporre nulla, ma vi si sforzava. Una volta compì lentamente, a riprese, la grande fatica di trasportare certi vasettini di piante microscopiche, da una giardiniera all’altra di un salotto; si affaticava, si sedeva un istante a riposare, poi ricominciava. L’ultimo cadde dalle sue mani stanche e si spezzò in terra. Ella rimase a mirare i cocci, un po’ triste. All’ora della colazione o del pranzo, adesso, accompagnava suo marito nella stanza da pranzo, gli sedeva di fronte, consolata di vederlo pranzare con buon appetito: ella non prendeva quasi nulla ancora, ma spilluzzicava qua e là, per fingere di mangiare, persuadersi di aver appetito. Le portavano sempre dei cestelli di magnifiche frutta; queste le piacevano. Le rinfrescavano la bocca.

— Quando starò bene... — continuava a ripetere, nell’arditezza della sua speranza che cresceva.

— Quando starai bene... — diceva Marcello completamente rassicurato.

Ella pensava di dover aiutare la natura benigna, cooperare alla propria guarigione con qualche maggior tentativo di attività. Non poteva ancora, è vero: non reggeva una sedia: non poteva salire uno scalino; ma, se non incominciava a tentarlo, non si sarebbe mai liberata della sua debolezza. Fra sè si dava della pigra, della paurosa, della vigliacca. Un giorno fece il giro di tutta la casa, fermandosi molto spesso in ogni stanza. Quando