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340 Cuore infermo

Domenico aveva il coraggio di nominare Beatrice a suo nipote. Si evitava con cura ogni discorso che potesse riferirsi a lei, ma i soggetti venivano a mancare, si restava muti, non trovando più niente da dire. Oppure, involontariamente, arrivava il punto in cui gli doveva essere nominata, e un grande imbarazzo regnava, mentre Marcello si astraeva.

Nè il duca Revertera trascurava queste precauzioni. Il duca era molto mutato; la sua svelta statura si curvava un poco, come se gli anni l’avessero fatto inchinare d’un colpo solo; l’angolo dell’occhio, altre volte liscio come la pelle d’una donna, si piegava in un ventaglio di rughe sottili: il mustacchio fino, arricciato, pendeva; una mollezza di vecchiaia guastava quel volto dalle linee così eleganti, così pure; un abbandono abbatteva quel corpo energico. Qualche volta le mani gli tremavano, come se la senilità togliesse già loro la vigorìa. Nella via, con gli amici, rimaneva molto degno, molto serio, con la sua tenuta corretta di gentiluomo che non vuole neppure accumunare il suo dolore; ma quando veniva da suo genero, entrando nella camera che era stata quella di sua figlia, non poteva sottrarsi ad un pensiero che lo faceva impallidire. In quell’ora che stavano insieme, in quell’ambiente dove tutto parlava dell’estinta, fra loro scambiavano poche frasi. Ad un certo punto si guardavano in viso, e, per pietà l’uno dell’altro tacevano. Così la mattina, così la sera. Il tempo che passava, non portava alcuna variabilità. Eppure ognuno di essi sentiva che il giorno in cui avrebbero dovuto parlare di Beatrice, si approssimava; ognuno di essi doveva interrogare l’altro ed esserne interrogato. Più volte il duca Revertera aveva preso il suo coraggio a due mani, aveva chiamato in aiuto tutta la sua forza per incominciare il discorso; ma non aveva potuto. Un giorno che era sul punto di farlo,