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346 Cuore infermo

nel centro della città, la cupola dello Spirito Santo in maiolica gialla e azzurra, brillava tutta; mentre le frecce, le croci, le banderuole si illuminavano come singolari gioielli aerei. In quella luce che la sollevava, la città si scuoteva e si destava, ricominciava a vivere: uno scricchiolìo saliva dalle sue mura, un rumorìo prima indistinto e vago, poi sempre crescente, dalle case, dalle finestre, dai vicoli, dalle piazze, dalle strade, si ripercuoteva con un rombo continuo. Non si vedevano gli uomini, non si vedevano le carrozze ed i carri, non si udivano le voci; ma tutta questa umanità, tutta questa attività, s’indovinava da un soffio possente che pareva montasse nell’aria a fecondarla. Si sentiva in quelle vie nascoste, in quelle piazze sprofondate, dietro quelle finestre, dietro quelle enormi facciate, sotto quelle cupole che si arrotondavano, sotto quei tetti rossi, sotto quelle terrazze, un formicolìo di esseri viventi che vanno, vengono, agiscono, amano, si battono, nascono e muoiono; si sentivano le facce pallide di collera o rosse dalla gioia, le braccia rese convulse dall’amore o tranquillamente metodiche nel lavoro, i corpi girovaghi nella ricerca di agitazione o quieti nel novello raccoglimento delle forze: s’indovinava il lento e sicuro egresso della vecchiaia che è sempre un moto, accanto allo sviluppo, all’invasione sbuffante e selvaggia della gioventù. Un fermento saliva dal mare con un profumo acre ed inebbriante, si univa all’odore delle vie affollate, si univa a quello che usciva dalle stanze ove era l’amore, il lavoro, il pensiero, l’agitazione, e si sdoppiava, si moltiplicava, faceva pullulare, sgorgare, sorgere la vita da ogni parte, con un alito caldo e fecondatore. Un rigoglio pareva spaccasse le pietre. Nella stazione un fischio lungo, stridulo: un treno partiva. E le fabbriche dei sobborghi pareva che s’animassero, nascondendo dietro le loro mura un milione di ruote che giravano, tutto