Pagina:Cuore infermo.djvu/39

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Parte prima 39

— Non credo aver fatto male a nominarla — soggiunse la principessa. — Pensate a lei spesso. Essa vi amava molto; mi parlava sempre di voi. Essa vi guidi. Siate virtuosa e felice.

— Grazie a voi, signora — mormorò Beatrice.

Infine la sala era deserta. Mario era uscito ad accompagnare il duca di Rivela che era andato via l’ultimo. Distratto, assorbito in un’idea, Marcello rimaneva fermo al suo posto, aspettando ancora, senza accorgersi della sala vuota.

— Siete stanco? — gli chiese Beatrice, appressandoglisi ed offrendogli una sedia.

Egli si scosse, si sedette macchinalmente, passò la mano sulla fronte, e sempre preoccupato, rispose:

— Sì, un poco. La giornata è stata faticosa.

Ella era ritta presso di lui, nel suo abito candido, con le guance accalorate, il mazzetto del petto quasi disfatto, una rosellina bianca che si sfogliava. Marcello si perdeva da capo a contemplarla, con lo sguardo assiduo e fitto dell’amore. Così, soli, vicini, pareva che col loro gruppo avessero scemata la vastità imponente del salone. Sembrava un salottino bianco, caldo e recondito. Un silenzio benevolo li avvolgeva. Ella si chinò lentamente, quasi volesse mormorargli una confidenza.

— Grazie dei vostri doni, Marcello. Sono stupendi.

Fu allora solo che egli si accorse di stare seduto, dinanzi a sua moglie in piedi. Si rizzò, le prese la mano nuda e bellissima, gliela baciò lungamente, dicendole:

— Vi sono grato, Beatrice, di avere accettato il mio amore ed il mio nome.

Ella inarcò appena le sopracciglia:

— Il nome dei Sangiorgio vale quello dei Revertera, Marcello.