Pagina:Cuore infermo.djvu/43

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Parte prima 43


padre e figlia dovevano dirsi qualche cosa, ci doveva essere un saluto, un istante di commozione; ed egli si sentiva ancora troppo estraneo a quei due per esservi presente.

Mario e Beatrice sedevano accanto, sul divano, in un angolo, all’ombra di un grande pilastro quadrangolare che li nascondeva. Il deputato andava su e giù, soffiando, sbuffando, traendosi dietro i suoi giovanotti, facendo tinnire con la mano le medaglie della sua catenella; ogni volta che ricompariva, Beatrice lo fissava e lo seguiva con gli occhi, invece di parlare. Il padre girava fra le dita una sigaretta spenta. Quello che avveniva in lui, lo infastidiva, gli dava noia. Non era un dolore quello, non era neppure un dispiacere, ma una inquietudine vaga, latente, continua, a cui non poteva sottrarsi. Non era questione di scetticismo, di spirito forte, di egoismo. Per due o tre volte nella sua vita, nelle epoche decisive, i nervi gliene avevano fatto delle belle, dovendone poi sopportare per lungo tempo le conseguenze. Ecco, vi capitava da capo: e sapeva di non poterli dominare.

— Tu mi scriverai, nevvero, Beatrice? — domandò fingendo noncuranza.

— Ma certo, scriverò subito — rispose ella, guardandolo in volto, quasi per assicurarsi dell’intenzione.

— A lungo?

— A lungo...?

— Impressioni di viaggio... — mormorò egli, turbato un poco.

Passò l’impiegato a bucare i biglietti. Qualche porta strideva sui gangheri, la partenza si avvicinava. D’un tratto egli si decise:

— Sei forse contenta di andartene, Beatrice? Sono io stato un cattivo padre per te, così da farti desiderare molto questo giorno?