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52 Cuore infermo

ella dovesse ascoltarlo attentamente, seguendolo, anzi precorrendolo nei lenti meandri del suo pensiero.

— Sono stato, una volta, otto mesi a Londra — rispose egli, abbandonandosi poco a poco al delicato piacere dell’espansione. — Non già che mi garbasse molto la città: anzi, a volte, era pesante ed antipatica; ma mi divertivo a passar le ore all’angolo del caminetto. Le bizzarre figurine che si allungano, si contorcono, si assottigliano nella fiammata delle vecchie legna! Sembrano fanciulle singolari, dalle forme straordinarie, vestite di fiamma, dalla vita breve e ardente, mezzo donne, mezzo salamandre, sirene del fuoco. L’orecchio nota i misteriosi metri del focolare: lo scoppiettìo vivace, seguìto, continuo delle buone legna che si accendono, il piccolo fischio dell’aria nascosta che si sprigiona dalle loro dure fibre, il borbottìo dell’umidità che gorgoglia e bolle al capo ancora verde, il rumore dei tizzi che si spostano, la catasta che si abbatte con tonfo sordo. Sul tizzo acceso le scintille si schiudono come un fiorellino, brillano per un solo istante, si appannano sotto un velo finissimo di cenere; spesso ne partono centinaia in tutte le direzioni, lucide, leggiere, evanescenti. Il fuoco si consuma lento lento nel suo calore; chi gli siede accanto e lo guarda fisamente, ed evoca in esso le fugaci apparizioni della sua fantasia, si profonda tanto in questa contemplazione che dimentica totalmente il suo corpo e non sente di esso che le palpebre appesantite come piombo. Se chiude gli occhi, la medesima visione infiammata gli scherza e gli saltella dinanzi; le piccole scintille si staccano, volando, per morire nel loro volo; sul loro fondo nero degli occhi chiusi si allungano, si abbreviano, si assottigliano linguette di fuoco. Poi la visione scompare, un torpore morboso lo invade, lo abbatte — egli dorme affannosamente e nel sonno vede ancora qualche cosa