Pagina:Cuore infermo.djvu/61

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Parte prima 61

Egli, annoiato, uggito, anelava di arrivare a Parigi, illudendosi di ritrovare almeno là, nella palazzina di via Helder che il duca Revertera aveva comperata in altri tempi, quella solitudine tanto desiderata e sperata. E fu questa un’altra illusione partita presto presto a raggiungere le altre. Appena a Parigi, come a Roma, a Firenze, a Bologna, come in tutta Italia, la vita mondana se li prese e li travolse in un turbine.

Una mattina, per esempio, con la contessa De Beauvilliers, una napoletana maritata a Parigi, con tre o quattro altre signore ed altrettanti signori, andarsene ad Auteuil a bere l’apocrifo latte, che una lattaia molto più apocrifa vi offre: le signore in abiti corti e chiari, i grandi cappelli carichi di fiori, le scarpette alla paesana, il bastoncino col pomo d’oro delle escursioni campagnole; i signori fumando sigarette senza posa, chiacchierando vagamente e burlandosi di quella campagna artificiale. Alle undici a casa, senza riposare un sol momento, spogliarsi e vestirsi in abiti diversamente eleganti e andare a far colazione nel sobborgo di San Germano, dalla canonichessa di Saxen, un’allegra vecchia peccatrice che ha serbato, dei suoi peccati e della sua gioventù, il bel peccato della gola e l’amore ai giovani.

Dopo, al trotto della carrozza scoperta, recarsi dalla principessa Ourlicioff, una russa cosmopolita, che ha circolo in quel giorno, in quelle ore, e rimanere là una oretta, in una conversazione vuota ed eccessivamente graziosa, brillante di forme, gentile ed inutile. Di nuovo in carrozza, al bosco di Boulogne, al solito giro intorno all’immobile laghetto, per vedere, per farsi vedere, perchè Marcello scambi ogni due minuti grandi scappellate con le conoscenze vecchie e nuove, perchè Beatrice saluti col piccolo moto della testa, perchè il marito non mostri di trasalire quando sente dire nell’equipaggio vicino,