Pagina:Cuore infermo.djvu/89

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Parte seconda 89

— Se tu mi amassi, Beatrice, questo titolo ducale, l’ossequio del mondo, l’alta società in cui viviamo, le ricchezze acquisterebbero altro valore agli occhi nostri. Poter gustare insieme i più delicati piaceri, vederti soddisfatta nei tuoi capricci più strani, circondarti di quante fantasie costose il lusso realizza, poterti stare daccanto sempre, libero, senza cure, senza noie, vederti inchinata, ammirata, invidiata a tuo padre, a me — ecco che cosa fanno il grado e le ricchezze. Ma per dar loro tale prestigio ci vuole l’amore....

— Io t’amo, Marcello.

— Se tu mi amassi, Beatrice, noi avremmo una casa. Invece viviamo nella via, nella carrozza, nei teatri, nei saloni altrui. Ha dolci attrattive la casa quando ci si venne sposi e si ritorna ad essa volentieri, la si ritrova con infinito diletto, ci si viene pel riposo, per la quiete. Ma noi no: noi la fuggiamo, noi vi rientriamo con indifferenza, noi non abbiamo nè casa, nè famiglia, perchè non abbiamo amore....

— Ma io t’amo, Marcello.

— Non è vero, tu menti — scoppiò egli a dire.

— Duca, io credo che voi insultiate vostra moglie — disse ella con la massima freddezza.

— Oh! perdonami, perdonami! — gridò Marcello, buttandosele ai piedi come un disperato — sono un fanciullo sciocco e cattivo. Ti amo e ti offendo; vorrei baciarti e ti mordo. Non incolparmi. T’amo, lo sai. Cerco domare la mia natura ribelle, ma è così potente il fascino che eserciti su me, che gli sforzi sono inutili. Perchè eri così bella questa sera? Così bella e così indifferente? Ti offendo di nuovo? Non puoi tu perdonarmi, non lo puoi?

— Ebbene, sì, ti perdono — rispose ella, voltando il capo dall’altra parte.