Pagina:D'Annunzio - Il libro delle vergini.djvu/106

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favola sentimentale 101

sul ritratto della povera madre morta! Quel ritratto era in una larga stanza nuda, sopra una parete bianca, là, all’estremità della villa: nessun rumore vi giungeva, la luce penetrava a traverso le tende fievole e triste. Quando Galatea varcava la soglia, un filo gelido di terrore l’assaliva, un ribrezzo le strideva per le ossa; le pareva come d’entrare in un sotterraneo; tutto quel candore le dava la sensazione dell’immenso. Pure ella restava là lungo tempo, in ginocchio, a pregare, a pregare, mentre il lembo del velo ondeggiava a ogni alito di vento sopra quell’effigie di cadavere; ella teneva li occhi smarriti nel vano, e nel vano la preghiera si smarriva con un susurro debole di labbra. Lentamente i chiarori del giorno mancavano. Allora nella penombra pareva che l’ondeggiamento si allargasse, ingigantisse; a poco a poco un immane lembo di sudario si stendeva in tutta la stanza con un soffio impuro. Ella ne sentiva il contatto rabbrividendo; ella diveniva diaccia ed immobile come di pietra, restava là fin che non la traevano fuori tutta pallida, tutta tremante.

Ma tornava poi a quell’adorazione cupa e solitaria, ci tornava con impeti di lacrime, chiamando la morta fra i singhiozzi. Ella voleva vederla, vederla una volta, ma viva, ma con la vita nelle pupille, vederla bella e ridente, una volta sola!