Pagina:D'Annunzio - Il libro delle vergini.djvu/108

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favola sentimentale 103

di sole; qualche peonia vinceva co’ larghissimi fiori carichi di carminio; e in torno, nell’autunno, le vitalbe sembravano viluppi di ragni pelosi o mazzi di piume grigiastre. Solo il sambuco odorava dalle ampie antele candide, fresco e mite, là entro. Le farfalle passavano fuggevoli; gruppi di chiocciole andavano qua e là strisciando tra le piante succose, lasciando le righe lucenti.

Galatea amava quel luogo: quella trista plebe di vegetali aveva per lei un incanto; come lei soffriva, come lei pareva inferma. Ella, diritta in mezzo, nell’abito bruno, faceva pensare a un gran fiore solitario. Ella provava allora un sentimento malsano di tenerezza per quelle povere esistenze che languivano senza un’occhiata di sole; ella si accasciava, udiva come un gemito sollevarsi, udiva il gemito delle cose morenti. Perchè nel suo organismo pieno di umori acquei un senso misterioso della morte pareva influisse fin dal giorno natale che fu l’ultimo alla madre.