Pagina:D'Annunzio - Il libro delle vergini.djvu/110

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

favola sentimentale 105

dita qua e là dai muschi, chiazzata dalle pioggie, solcata dalle lumache.

Galatea leggeva, o trascriveva; od ascoltava Cesare parlare, con i freddi occhi aperti, abbandonata alla spalliera di cuoio. Pure, tra le ecloghe fragranti e fiorenti di Virgilio e le liriche alate e sospirose del dolce stil novo, il loro idillio non sbocciò.

Galatea non aveva che un austero e verginale sorriso di vestale antica; ella voleva esser tutta del suo mesto dio lare, che la vigilava di sotto al velo funerario.

E una volta sola Cesare sentì le sue fibre di artista vibrare dinanzi a lei. Era un pomeriggio caldo di giugno; ma la biblioteca taceva immersa nella frescura azzurrognola delle tende calate su i vetri.

Egli entrò: la fanciulla dormiva dolcemente nelle pieghe ricche e fluide di una tunica, poggiata il capo alla grande sfera delle costellazioni. La sfera pareva di avorio ingiallito, pareva come un enorme teschio umano intorno a cui strane figure di animali giravano; i capelli di Galatea sciolti ricadevano con riflessi sottili giù per le spalle; ricoprivano le gote; e un nastro aureo di sole traversando la frescura illuminava su’l capo di lei una fila di libri in cartapecora verdastra simile a rame

8 — Il libro delle vergini.