Pagina:D'Annunzio - Il libro delle vergini.djvu/114

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favola sentimentale 109


— Bambola bella! — susurrava spesso Vinca, a denti stretti, a labbra aperte, con un piccolo vezzo felino, mentre serrava le tempia della fanciulla tra le palme e se l’attirava alla bocca.

— No; non mi chiamate più così, zia, vi prego — ruppe una volta Galateo, con un lieve tremito d’ira nella voce.

— Bambola bella! — ripetè Vinca. E gittò all’aria una di quelle fresche risate scampanellanti, abbandonata su’l divano con tutta la persona, in un atteggiamento provocatore. Su’l divano il sole, entrando dalla finestra, rinvermigliava i fiorami di seta smorti nel vecchio tessuto di argento: e da quel fondo emergeva il bel corpo femineo chiuso nell’abito di casimiro, avvolto nel pulviscolo dei raggi. Era un quadro di tinte dolci: dalla parete pendeva un arazzo scolorito ove due cavalieri inseguivano una cerva fuggiasca. Vinca rideva; le risa nel sole pareva brillassero. Quando apparve su la soglia Cesare.

— Entrate, dottore, entrate — esclamò la zia, ergendosi e tendendo le mani verso il giovine. — Placate Galatea, per carità!

Ma la fanciulla ora sorrideva sottilmente. Cesare, senza volere, aspirò il profumo fine di violetta che s’insinuava per l’aria, il profumo stesso della lettera con le cicogne; al senso del piacere le narici gli