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56 il libro delle vergini

olivastro di certe razze d’Abruzzo, quelle pure linee del naso e del mento svolgentisi grecamente nella latina ampiezza della faccia. Ma ella, inconsapevole, sotto la goffaggine delle vesti grige, sotto la cascaggine delle pieghe incomposte, celava una magnificenza statuaria di torso e di gambe.

Erano i giorni primi di giugno: sorgeva l’estate dalla primavera, come da un campo d’erbe un áloe. Tra il mare e il fiume tutto il paese di Pescara godeva nella ventilazione salina e nel refrigerio fluviale, come distendendo le braccia verso quei naturali confini d’acqua amara e d’acqua dolce. Salivano alla stanza di Giuliana allora le blandizie della temperie; insetti lucidi urtavano ai vetri e rimbalzavano, come una grandine d’oro.

Giuliana, se era sola, provava un bisogno di distendersi, di gettare lungi le vesti, di giacere, e di raccogliere su la pelle quella blandizia ignota che fluttuava nell’aria.

Cominciava lentamente a spogliarsi, con una pigrizia di gesti molli, indugiando con le dita in torno alle allacciature e ai fermagli, facendo de’ piccoli sforzi svogliati nel cacciar fuori le braccia dalle maniche, fermandosi a mezzo e abbandonando in dietro la testa dai capelli crespi e corti, quella sua testa di efébo. Lentamente, sotto l’amorosa fatica, dalla informità delle vesti, come dalla scoria