Pagina:D'Annunzio - Il libro delle vergini.djvu/71

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66 il libro delle vergini


Giuliana non sentiva più: ella era pallida come la faccia della luna. Da prima, tutta quella gran pace luminosa piovente dal cielo su ’l fiume e tutte quelle lunghe vene di odore marino ruscellanti pe ’l fresco le avevano dato un’impressione di sollievo quasi gioconda; poichè dinanzi a quello spettacolo di dolcezza i fantasmi vagheggiati dell’amore in fondo a lei si risollevavano e le sommità del sentimento al raggio lunare riscintillavano. Fu, súbito dopo, come una soffocazione, come un tumulto confuso in cui ella aveva conscienza di sè solo per il battere delle arterie alle tempia, per quel sussurrìo assordante che parve dilatarsi e riempire tutta l’aria d’un tratto. Le mancava sotto i piedi il suolo fermo: il limite delle acque si confuse, per la vertigine; il fiume invase la strada; acque acque acque si spársero in torno. Poi, d’un tratto, uno scintillìo di bagliori si accese dentro li occhi di lei, un tremolìo crescente di fiammelle fatue che rompevano, si intrecciavano, si allontanavano, e si fondevano e perdevano serpentinamente in una mezza ombra. In quella illuminazione la figura di Marcello compariva e spariva, con una rapidità e una mutabilità di sogno. La vertigine cessò. Giuliana riconobbe i riflessi della luna nel fiume placido; continuò a camminare, stupefatta, indebolita, quasi presso a svenirsi.