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per fargli scudo, egli invalido e disarmato.

Vedo, a traverso la maschera, a traverso le lane e le pelli, la trasfigurazione sovrana d’uno stretto viso d’uomo: il dio nel ciborio.

Ecco che più a dentro è ferito il ferito, dalla terza raffica. Trapassato è lo scudo magnanimo. La volontà risfavilla nello sfavillìo della porpora.

Barcolla, si piega indietro, si appoggia al serbatoio, cerca di riannodare le ginocchia che gli si slegano.

Non vuol cedere. Può servire tuttavia da scudo. È necessario.

Oreste si volta di tratto in tratto a guardarlo. Distoglie una mano dal volante per toccare il fratello con un gesto di conforto.

Si volta ancóra; e lo vede disteso nella passerella, tra rame e rame, supino: un sacco di sangue.

Era il superstite una vita; ora è tre vite, e tutto l’amore indomabile.