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dov’era uno spazio mistico per la nostra musica. Alla nostra fantasia gli affreschi interni trasparivano di fuori.

E la nostra musica aveva la faccia di quella donna vestita che si china con la gota sopra il suo salterio.

Ero vigile, e attento alla mia voglia.

Ero quel che sono quando la mia natura e la mia cultura, la mia sensualità e la mia intelligenza cessano di lottare e si conciliano compiutamente.

Ero un mistero musicale, con in hocca il sapore del mondo.

Quando mi soffermavo, la mia compagna, che per me aveva nome Ghisola, mi chiedeva: «Che cerchi?»

Imbruniva. L’ombra del marmo era cerulea. E quello un marmo che a vespro fa il turchino come il lapislazzuli. Inazzurrava l’erba, quasi con una pennellata d’oltremare.