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194 notturno


È mia madre?

Mi trascino ai suoi piedi, striscio sul pavimento. Sono vuoto di tutto, fuorché del terrore. Alzo la testa spasimando came se mi si spezzasse una vertebra nel collo. Alzo la testa e guardo.

Guardo quel viso.

Bisognava che la sorte mi accecasse prima.

Non era così il viso del Salvatore quando egli ebbe preso sopra di sé tutti i peccati del mondo?

Orribile e sublime, veramente, con uno sguardo che non mi vede, che non mi riconosce, oscurato e fisso, dove l’amore non è se non tristezza senza nome, tristezza sino alla morte e di là dalla morte.

Mia madre!

Una povera creatura avvilita, percossa, sfigurata; e non so che spaventosa grandezza in cui entro come in un luogo pio e tremendo, come nel mio sacrifizio stesso.