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notturno 211

vescate, dall’occhio perduto sgorga un pianto caldo e fluido.

La vita dell’anima riempie le bende.

Non m’illudo. Son certo che l’onda è sgorgata dal ciglio cieco prima che dall’altro.

Ora tutt’e due gli occhi vivono d’una stessa vita sublime. Sono due fonti vive.

Non so più dove sia il mio male. Il mio male è un bene che non si conosce.

Il pianto trabocca. La mia creatura v’ha immerso le dita ma non osa asciugarle.

Sento il suo capo presso il guanciale.

E la mia figlia, la figlia della mìa carne, a me sul limitare della vecchiezza dice una parola materna, la parola tenera che le madri dicono ai fanciulli!

Sento che con quella parola ella mi prende su le sue ginocchia come l’antica Pietà, e sopporta le mie piaghe.