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284 notturno

gelata nel Deserto artico. Non visita il poeta ma l’uomo di guerra, non l’encomiaste ma il compagno.

L’aquila immortale della canzone mi rimorde il fegato intossicato.

«Siediti, Cagni. Pensa che ritrovi qui il buio che c’era ai pozzi di BuMeliana, in quella notte d’ottobre. T’aspettavo. Ho perduto anch’io l’occhio destro, come il tuo Lazaro Mocenigo alla battaglia nelle acque di Scio contro il bassà Kenaan. Ma, se nel buio io vedo luccicare i tuoi occhi ferini, tu certo vedi ora splendere la mia benda. Tu mi porti un’altra vista. Spero che anche a me l’occhio manco mi divenga «il freddo astro di tutti gli ardimenti». Mi leverò e ricombatterò. Così voglio. Ci mettesti due ore a tagliarti l’osso del dito con quel paio di forbici atroci che fecero scappare fuori della tenda Simone Canepa. Ebbene, io l’ho qui sotto il mio guanciale, quel tuo paio di forbici.»