Pagina:D'Annunzio - Notturno.djvu/522

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IV ANNOTAZIONE

del Faiti. La necessità di portare la benda m’era ingombrante e fastidiosissima nel servizio aereo. Mi tenni per qualche mese alla terra. Nel Carso scabro calcolavo male le ineguaglianze del terreno. Nelle petraie affilate, nella mota rossa delle trincee e dei cammini coperti, mentre mi sforzavo di ristabilire continuamente «l’equilibrio laterale» su le mie grosse scarpe chiodate, ripensavo a un vecchio motto italiano che pareva convenisse alla mia fatica: «Senz’ali non può». Cadevo e mi rialzavo. Una sera giunsi dal Faiti al Vallone con l’anca e le ginocchia insanguinate. Ripartii con un piccolo fante ignoto che mi teneva per la mano. E colui che nel tempo della viltà aveva cantato gli eroi, quel medesimo nel tempo della virtù fu celebrato da un eroe con un canto vendicatore.

Lugubre era la macchia giallastra che occupava il mento la bocca il naso di un qualunque volto da me fissato. Quando nell’imminenza dell’azione mi accomiatavo da un compagno che andasse al pericolo per un’altra via, vedevo nella sua faccia il giallume foriero del dissolvimento; e non sapevo difendermi dal presagio sinistro. Ma sul far della notte la macchia si cangiava in anelli di luce, in aureole fluttuanti. Così una volta m’avvenne di chinarmi a sera verso un ferito che avevo salutato il mattino soffrendo di quel tristo segno. Gli tolsi l’elmetto e gli vidi il mio nimbo intomo al capo glorioso.

Quel nimbo è rimasto per sempre intorno al capo di mia madre, intomo alla sua santificata bellezza. Ella non cessava di apparirmi all’inizio di ogni azione e al colmo. Non aveva più quel viso di tremenda desolazione che m’aveva fatto tanto soffrire nel supplizio supino. Aveva il viso fermo e coraggioso dei suoi anni adulti di sventura e di lotta.

Una sera di novembre, la sera di San Carlo, dopo le due vittorie su i due calvarii, nella dolina della Bandiera, nel cenacolo della caverna dove a mensa eravamo per celebrare in ritardo la pasqua dei morti, dal colonnello Perris fiore di prodezza e di gentilezza ebbi in dono un mazzo di rose rosse che un fante ignoto gli aveva portato di non so dove,