Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/114

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capitolo ix. 111


— Ho altro in testa che le tue ciliege, rispose D. Litterio; tuttavia, dopo aver guardato il paniere, gonfiando le gote, e mandando fuori a poco a poco l’aria raccolta, prese con un certo nobile sprezzo tre o quattro foglie di vite, le dispose sulla panca a guisa di piatto, e vi fece su un bel mucchietto di ciliege che cominciò a mangiare.

— Son buone eh? dite la verità! Ne ho portate ier sera a madonna, e mi ha detto che non avea visto mai le più belle.

— E chi sarebbe questa tal madonna?

— Madonna Ginevra; quella che abita in foresteria e dicono che sia una gran gentildonna di Napoli, ed ha non so se il marito, o il fratello qui al servigio del signor Prospero, e quasi ogni giorno la viene a visitare...

L’ortolano era per parlare un pezzo, chè il laconismo non era la sua qualità dominante; ma D. Michele frattanto era sopraggiunto, e fermatosi dietro il podestà senza che se n’avvedesse:

— A noi, signor podestà, gli disse battendogli sulla spalla: mi viene il sospetto che costui possa metterci sulla via; lasciate far a me....

E senz’aspettar altro, si pose a fiscaleggiar Gennaro, e presto dalle sue risposte conobbe che era appunto la Ginevra che cercava. Il filo era trovato; ad un par suo il resto era nulla.

Per esser nel monastero, poter esaminar i luoghi e disporre i mezzi necessari ad aver in mano la donna, vide che il podestà poteva essergli utilissimo. Conveniva inspirargli tal fiducia che gli uscisse del capo ogni sospetto sulla rettitudine de’ suoi fini. Lo trasse da canto e gli disse:

— Bisognerà che la discorriamo un poco. Aspettatemi all’osteria del Sole; intanto vedrò se costui sapesse insegnarmi quel giovane che ogni poco visita la Ginevra. D. Litterio s’avviò all’osteria, ed egli, condotto