Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/119

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
116 ettore fieramosca

mano cartelloni svolazzanti, sui quali erano scritti versetti latini, come Beati mortui qui in Domino moriuntur. Miseremini mei, etc., e quantunque a lume di luna con fatica si potessero leggere, le figure de’ morti visibilissime producevano da sè un bastante effetto. D. Michele scoperse una lanterna e si dispose a varcar la porta. Il podestà s’era fermato alcuni passi indietro, e, conosciuto il disegno del compagno, gli uscì di bocca un 'qui?' lamentevole, e pieno di tanto spavento, che fece apparire un sorriso sulle labbra livide e sottili di D. Michele.

— Vi conviene ora esser di forte animo, signor podestà, chè in tali luoghi colla paura si fa poco frutto, e ponno talvolta accader disgrazie. Chi è con voi opera in nome di Dio, e per mostrarvi che in quello solo costringe le anime de’ trapassati, cominciamo dalla preghiera.

Inginocchiossi, e principiò a infilzar miserere e dies illa, ai quali D. Litterio rispondeva il meglio che sapeva, facendo voto, se ne usciva vivo, d’accender una candela ogni sabato a S. Fosca e digiunar la vigilia dei morti. Finita la preghiera, si mossero. Una porta mezzo fradicia che appena si reggeva sulle bandelle rugginose, cedette, e quasi venne a terra ad un calcio di D. Michele. Entrarono stracciandosi le calze ai rovi ond’era ingombra l’entrata.

Il pavimento era sparso d’ossa di morti. In un canto un cataletto che cadeva in polvere pe’ tarli, alcune pale che avean, Dio sa quando, servito a sotterrare, erano il solo mobile del luogo. Alcune centinaja di pipistrelli, all’entrare che fecero i due colla lanterna, volarono in iscompiglio, col loro stridulo guaire, battendo l’ale per le pareti, e cercando rifugio su per un campanile gotico che avea la base accanto all’altar maggiore.

Il luogo, la solitudine, l’ora tarda erano tali se non