Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/129

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le, che entrava, con un occhio che pareva stentasse a sollevare la palpebra rugosa e cadente che lo copriva, e facendo col tacco d’uno degli stivaletti la battuta sul pavimento, gli disse:

— Devi sapere, Messer tu, chè non so come ti chiami, che chi passa la notte alla mia osteria paga cento fiorini d’oro da dieci lire della zecca di Firenze, o se gli par meglio, di quella di San Marco. Altrimenti una corda ed un sasso al collo ed un bagno in mare lo salvano dal pagar lo scotto. Che cos’ami meglio?

— Quel che sarà meglio per me non lo sarà per te, rispose D. Michele sostenuto: Jer sera prendeste noi due, ma non eravamo soli nella chiesetta. V’era chi non avete veduto; ed ha visto voi, e ti conosce, ed a quest’ora in Barletta si sanno le vostre ribalderie, e presto il bagno in mare toccherà a te a farlo, e non a me, se pure non trovassi il modo d’impedire a tre o quattrocento Catalani o Stradiotti di buttar giù a calci la porta di questa torre, o potessi indurti ad impiccarti ad un merlo, invece di farti far pace coll’acqua, che, da quel che vedo, assaggeresti per la prima volta.

Quest’idea gli venne suggerita dalla vista di un mezzo barile, che il Tedesco si tenea a capo al letto invece di santi e di croce.

La replica in tuono così alto fece rizzar la punta al conestabile che tirandosi la berretta sugli occhi, disse:

— Se pensi d’aver a fare con un ragazzo, e spaventarmi colle tue bravate, prima t’avverto che non ti credo, poi se anche venissero i tuoi Albanesi o chi diavolo hai detto, ho il modo di non temere nè loro, nè il mare, nè il merlo.... e non so chi mi tiene che non vi ti faccia attaccar per la canna ora proprio. Ma amo ancor meglio il suono de’ tuoi fiorini, che il grac-