Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/136

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capitolo x. 133

diare.... avranno trovato il podestà ammazzato.... Vergine! che precipizio vuol essere! — E, dice Ghita, di non vi scordare che lassù non c’è da rodere, e perciò subito che potete mandategliene.

Al fine di queste parole vide sulla tavola gli avanzi della cena e, presili con prestezza e senza domandar licenza, si empiè il grembiule di tozzi, di pezzi di carne, di frutta; versò in una zucca che portava a tracolla il vino che restava: bevve quello che non vi potè capire, e forbendosi la bocca col dosso della mano, se n’andò, data una spinta a Sandro per levarselo d’innanzi, senza dire a quei due nè asino nè bestia.

Martino si trovava con troppi affari in una volta, e la sua testa non vi reggeva. Con una mano alla barba e l’altra dietro le reni, camminava per la camera scuotendo il capo e soffiando. La subita mossa delle genti da Barletta l’ammoniva a prestar fede a D. Michele, che l’aveva preveduta tanto sicuramente, e gli facea pensare che fosse realmente quell’uomo d’alto affare che diceva.

Prima di tutto decise d’aggiustarla con lui, onde non lo scoprisse quando capitasser quelli che andavano in traccia degli uccisori del podestà. Così, deposta ogni superbia, e mezzo raccomandandosi, gli disse che l’avesse per cosa sua, promettendogli che l’avrebbe ajutato nella sua impresa.

Appena terminato quest’accordo si sentì lo scalpitar di molti cavalli che entravano pel ponte, ed una voce chiara e forte come una tromba, che chiamò più volte il Conestabile! Schvarzenbach! — Scese questi, e trovò che Fieramosca e Fanfulla da Lodi lo aspettavano alla testa di molti cavalleggieri.

Il lettore si ricorderà forse d’aver veduto il secondo annoverato fra i campioni italiani.

Fra quanta gente d’arme contasse l’Italia non v’era l’anima più disperata di costui. Per ogni leggiera ca-