Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/139

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vaglio però, l’uso dei delitti, la disperazione in che la metteva il suo stato presente, la facean parere maggior d’anni che non era realmente. Una ferita toccata nel capo mentre si difendeva, le avea tolto di venir quivi altrimenti che sulle braccia di due soldati. La lasciarono giù sul lastrico, ed in quella scossa il rinnovato dolore della ferita le fece aprir gli occhi e mandar un gemito profondo, mentre il sangue sgorgandole dalla fronte le imbrattava il volto ed il petto. Il carcere ov’era stato D. Michele venne aperto, e vi fu gettata con Pietraccio, così legati com’erano.

Sbrigatisi da costoro, i soldati tornarono verso la macchia, se mai vi fosse da raccoglier altri prigioni. Fanfulla salì nella camera del Conestabile, ed Ettore profittò di quel ritaglio di tempo per andare alla foresteria.

Le due donne, che non l’aspettavano a quell’ora, rimasero nel vederlo, e dopo le prime accoglienze udirono le cagioni che l’avean condotto al monastero. Narrando la caccia data ai malandrini, disse loro che insieme col capo era stata presa una donna, la quale, fatta testa all’entrata d’una grotta ov’erano appiattati, avea feriti parecchi birri, finchè da una roncolata sul capo era stata buttata in terra.

Ginevra, commossa dalla sventura di costoro, volle andare a soccorrerli. S’alzò, e prese ciò che stimava opportuno da un suo armadio ove teneva più qualità di polveri e d’unguenti, che eran, come abbiamo veduto, stati tal volta adoperati anche in servigio degli stessi assassini, pregò Fieramosca andasse dal Conestabile per la chiave della prigione.

Si mosse questi, e per la scala a chiocciola salito alla camera di Martino, vi sentiva nell’avvicinarsi all’uscio uno stropicciar di piedi, del quale non riusciva a capir la causa. Spinta la porta che era socchiusa, vide Fanfulla nel mezzo con uno spadone a due mani