Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/162

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capitolo xii. 159


A La Motta poco piacque una tale disfida, e si morse la lingua d’averla provocata; non già per viltà, che era uomo dabbene ed ardito, ma essendo quella la prima volta che gli accadeva di combattere una tal bestia, non sapeva troppo in qual modo governarsi. Pure non si poteva a meno; in presenza di chi era, conveniva saltar il fosso. Rispose audacemente:

— Per un cavaliere francese non sarebbe vergogna certo rifiutar di provarsi con un toro, ma non sarà mai detto che Gui de La Motta abbia ricusato di far un colpo di spada, sia qual si voglia la causa. Alla prova. — S’alzò borbottando fra denti con istizza, Chien d’Espagnol, si je pouvais te tenir sur dix pieds de bon terrain, au lieu de ta bête! ... Aveva diligentemente osservato e benissimo appreso il modo onde a Garcia con tanta fortuna era venuto fatto il bel colpo; giovane, uomo d’arme, e francese, poteva diffidar di sè stesso?

A questa sfida, d’un genere così nuovo, si era alzata con rumore tutta la gioventù; nel balcone di Consalvo si notò la mossa ed il bisbiglio, e presto se ne conobbe la cagione, che in pochi momenti si sparsa in tutto l’anfiteatro ed accolta dalla moltitudine con favore ed allegrezza: è vero bensì che la nuova passando da bocca in bocca avea sofferto strane trasformazioni, tanto più curiose quanto più nascevano fra individui delle ultime classi del popolo. Il punto ov’era Zoraide, essendo di tutto l’anfiteatro il più lontano dal balcone di Consalvo, fu quello ove appunto giunse questa novella maggiormente sfigurata pei due lati nell’istesso tempo. I più lontani cercando sempre di sapere dai più vicini, succedeva un ondeggiare di teste, un volgersi di visi che lasciava al solo aspetto conoscere i progressi che la nuova andava facendo per le gradinate fra gli spettatori. Gennaro da un pezzo era in piedi, allungando il collo ed aspet-