Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/224

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Capitolo XVI.


Per condurre di pari il racconto de’ molti accidenti che accaddero separatamente in quella sera ai varii attori di questa storia, ci è convenuto lasciar il lettore sospeso sul conto di ciascuno: e quantunque sia questo il costume di molti narratori, non crediamo che riesca gradito quando il libro che si ha fra le mani è da tanto d’inspirar il desiderio di conoscere il fine. Non ci scuseremo presso il lettore d’aver seguito un tal metodo, che del resto era indispensabile nel caso nostro; questa scusa sarebbe un atto di vanità che potrebbe far ridere alle nostre spalle; e la modestia, che in alcuni è una virtù, in molti è un tornaconto.

Comunque stia la cosa, dobbiamo abbandonar per poco anche Fieramosca, tornar alla rôcca, e trovar il Valenza che vi lasciammo nelle camerette basse guardanti la marina.

Il primo de’ due fini pei quali s’era condotto all’esercito spagnuolo, malgrado la sua astuzia, gli era andato fallito, nè avea potuto infondere a Consalvo bastante fiducia per indurlo a far lega con esso lui, od almeno a spalleggiarlo. Lo Spagnuolo, serbandogli fede quanto al tenerlo celato, aveva declinate le sue domande, accogliendolo poi del resto con quell’onore che se non si doveva alle sue qualità, si credeva dovuto al suo grado. Nei sette o otto giorni che scorsero fra l’attaccarsi e lo sciogliersi di questa pratica, stette così quasi sempre chiuso nelle sue camere per non dar indizio di sè; e se qualche rara volta uscì a prender aria, fu di notte e colla maschera al viso, come in quel secolo s’usava fra gli uomini