Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/239

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Nel racconto di D. Michele eran corse parole dalle quali Pietraccio s’era accorto d’essere innanzi a chi egli invano quella sera era andato cercando. Il Valentino si avvide che il ferito lo guardava in cagnesco, e con un viso stralunato che gli faceva dubitare stesse macchinando qualche cosa a suo danno, ed era per ordinare fosse buttato a’ pesci. D. Michele poi che, se si ricorda il lettore, aveva ascoltate nella prigione di S. Orsola le ultime parole della madre dell’assassino, e le raccomandazioni perchè cercasse di vendicarsi di Cesare Borgia, conobbe anch’esso osservandolo sott’occhio che stava per tentare qualche atto disperato. Il sicario del duca quantunque lo servisse perchè col suo appoggio faceva gran guadagno, non ostante avrebbe goduto se, senza scoprirsi e senza che sembrasse averne egli la colpa, gli fosse riuscito di fargli scontare un’antica ingiuria. Sarà facile al lettore l’immaginare qual fosse l’animo suo verso il suo signore allorchè sappia che la donna morta nei fondamenti della torre sotto gli occhi di D. Michele era sua moglie.

Quando, in conseguenza dell’incontro di Fieramosca coi compagni s’era trovato aver Pietraccio in poter suo, aveva messo insieme in fretta alcune idee, e come abbozzato un progetto di farlo servire a vendicarsi del suo signore, ma in così poco tempo non gli era venuto fatto di stabilire il modo, e senza aver nulla di fermo, pensava soltanto a coglier l’occasione se si presentasse, ed a questo punto vedeva avviarsi la cosa a seconda de’ suoi disegni. Di fatti alle ultime parole di D. Michele succedette un momento di silenzio, che bastò al giovane per eseguire un disperato proposito. S’alzò dal luogo ove stava e, passando accanto a D. Michele, il quale fece le viste d’averlo voluto trattenere e che gli fosse sfuggito di mano, si scagliò addosso al Valentino come una bestia arrab-