Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/257

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quanto ora appariva in quel disordine che lasciava ondeggiar liberi sul collo e sulle spalle i suoi lunghissimi capelli d’oro; Fra Mariano abbassò gli occhi, e la povera Ginevra nel mirarla sentì un fremito interno e diede un sospiro, al quale il buon frate non potè negar compassione. Rimasero così le tre donne mute alcuni minuti, dopo i quali, alzandosi Ginevra sul gomito, disse:

— Signora! voi stupirete ch’io sia tanto ardita di disturbarvi, non conoscendovi, nè essendo conosciuta da voi; ma a chi si trova a questo passo si perdona tutto. Prima però di parlarvi più aperto debbo domandarvene licenza: posso dirvi due parole con libertà? Qualunque sia la vostra risposta, essa sarà chiusa fra poco nell’avello con me; ma posso parlare presente questa signora, o volete che siam sole?

— Oh! disse D. Elvira, questa è la più cara amica ch’io m’abbia, ed essa m’ama più assai che non merito, onde dite pur su, cara mia signora, che son qui per ascoltarvi.

— Quand’è così, e giacchè me ne date licenza, ecco la sola interrogazione che vorrei farvi.

Ma a questo punto, come per prender vigore e preparar la frase che non sapeva come incominciare, si fermò un momento. Il proposito di perdonar a quella che le era cagione di così disperato dolore era stato fermato con tutta la sincerità del cuore; ma chi vorrebbe esser tanto severo da far un delitto all’infelice se al momento di divenir certissima che i suoi occhi non l’avean ingannata e che il giovane veduto a’ piedi di D. Elvira era Ettore veramente, si sentisse una ripugnanza invincibile ad acquistar questa certezza? Chi avrebbe cuore di condannarla se nutrisse ancora un’indefinita speranza d’aver preso scambio, e di sapere che Ettore era ancora quello di una volta?