Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/270

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

capitolo xviii. 267

sul legno, sul ferro, e rifiutate le meno perfette. Verso mezzogiorno tornato ognuno al suo alloggiamento, Ettore solo fu trattenuto sotto colore di stabilire vari particolari della disfida, ma in realtà per non lasciarlo andar attorno a suo modo. Brancaleone aveva tirato da parte il signor Prospero, ed avvisatolo di tutto, pregandolo facesse in guisa di tener Fieramosca occupato per il resto della giornata, la qual cosa venne da lui puntualmente eseguita. Fattosi sera, quando non rimanevano più pretesti ragionevoli per rattenerlo, fu lasciato andare, e Brancaleone accompagnandolo a casa entrò in ragionamenti sul mestier dell’arme, e sul modo che avean da tenere la mattina vegnente coi loro nemici, e riuscì a farsi tanto prestar attenzione, che non potè Ettore correr colla fantasia ove il cuore l’avrebbe chiamato. In quella che traversavan la piazza, giungeva il drappello de’ campioni spagnuoli, ai quali accostatisi, domandando ed udendo le nuove della giornata, vennero spendendo il tempo, e soltanto a notte chiusa si ritirarono a casa.

— Han l’ossa dure questi diavoli di Francesi, disse Ettore separandosi dal suo amico, e gli Spagnuoli han trovato carne pe’ loro denti.

— Tanto meglio, rispose Brancaleone, avremo a far con uomini; e non siam della bandiera Colonna per niente. Per me domani spero di far per due: pensa che cosa direbbero que’ ribaldi degli Orsini se sentissero che ne abbiamo toccate! Vorrebbe rider poco quel poltroncione del conte di Pitigliano.... ma per questa volta spero non l’avrà il gusto.

— Oh! no, rispose Fieramosca; e può essere che a qualcuno di questi Francesi gli dolga d’aver voluto assaggiar i fichi di Puglia. Oh! in somma, ora pensiamo a riposar queste poche ore, e domani a mostrare che se i poveri Italiani sono sempre assassinati, è perchè il maledetto destino vuol così; ma che del