Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/277

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274 ettore fieramosca

Dio degli eserciti le fronti solcate dal ferro e dalle fatiche, per domandargli che fosse dato alle loro spade di vincere chi volea trascinar nel fango il nome italiano.

Nelle loro mosse, alle quali il lungo uso dell’armi dava anche nel pregare una cert’aria brava, esprimevano però i pensieri religiosi che avean nell’animo. All’estremo del banco, a man sinistra, era Fieramosca ritto, immobile, colle braccia intrecciate sul petto. Gli stava in faccia a pochi passi la porta della sagrestia aperta; e gli uomini della chiesa, che andavano avanti e indietro pei loro uffici, avrebbero forse potuto soli distrarlo dalla preghiera; ma s’aggiunse una vista ed un dialogo, che in quel momento più che mai eran tali da fissar dolorosamente i suoi pensieri.

Un uomo vestito d’una cappa oscura tutta sdrucita, coi capelli rossi in disordine, ed un viso di tristo augurio era fermo in mezzo alla sagrestia: e, volto ad un frate domenicano che occupava colla sua corpulenza tutto un seggiolone di cuojo posto fra un armadio e l’altro, solito mobile di questi luoghi, gli domandava con parlar ruvido, e voce rauca e sottile:

— Quale ho d’ammannire, quella dei poveri o quella dei signori?

— Bella interrogazione! rispose il frate, e la sola parte che si movesse nel suo corpo eran le labbra. Non lo sai che il signor Consalvo fa la spesa? non è già uno di questi affamati di Barletta, che per non dar la torcia al curato, si fan portar via per poveri.... Di prima classe, ve l’ho già detto a tutti, di prima classe, campane, catafalco e messa cantata. Mi sembrate più balordi del solito.

L’altro si strinse nelle spalle, ed andando verso uno dei lati della sagrestia si tolse dalla vista di Fieramosca: questi però udì metter la chiave in un uscio ed