Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/28

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capitolo ii. 25

Non vorrei che avessi lasciato il cuore in Ispagna, o a Napoli.

— Non penso a donne, Azevedo, — rispose il giovane, — ma penso al buon cavallo che quel barone m’ha quasi ammazzato seguitando a menar le mani da pazzo, quando già vedeva di non poterci fuggire. Povero Castano! la sua spalla è perduta, ho paura, e non penso d’averne mai più sotto un altro che lo valga. Ti ricordi a Taranto che cosa seppe fare questo demonio? e quando si guazzò quel fiume... non mi ricordo il nome.... là dove fu ammazzato. Quinones.... che l’acqua era più alta che non si pensava; chi arrivò il primo alla riva? — E dopo tante prove e tanti pericoli doveva finire alle mani di questo nemico di Dio!

— Non alzar tanto la voce, — disse Correa: — quel che è stato è stato a buona guerra: e non si deve dar carico ai prigionieri, nè conviene che odano questi discorsi.

— Ed io ti giuro, — rispose Inigo, — che vorrei essere in terra con una buona ferita, e veder sano il mio povero Castano: e perdonerei al Francese se avesse rotto la spada sul capo a me, invece di pigliarla col cavallo. All’uomo si tira: almeno chi sa tener la spada in mano fa così; e non di qua, di là, all’impazzata. Maledetto! pareva che si cacciasse le mosche.

— Hai ragione, perdio, — gridò Segredo, vecchio soldato con baffi e barba che mostravano aver veduto più d’una zuffa. — Quand’ero giovane pensavo come te: vedi la mia fronte (e battendo sovr’essa leggermente con la mano incallita dal guanto di ferro, indicava una cicatrice che orizzontalmente gli tagliava il sopracciglio) questa me l’ha fatta el Rey Chico, per amor d’un cavallo, il più bel baio che vi fosse in campo. Quello si chiamava cavallo! Quando fra uo-