Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/288

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capitolo xix. 285

una punta; il collo, le spalle ed il petto ugualmente coperto da piastre soprapposte a guisa di scaglie snodate, onde lasciar liberi tutti i moti; ed un arnese dello stesso artificio si stendeva sulla groppa e le parti laterali del ventre, lasciandone scoperto soltanto il luogo per le spronate. Le belle fattezze di questi nobili animali eran così deturpate da tutte quell’armature sì che parevano dalle gambe in fuori quasi altrettanti rinoceronti. Vedendoli fermi si sarebbe creduto impossibile che potessero muoversi non che correre, ma uno scuoter di briglia od un accostar del calcagno del cavaliere li trovava agili e pronti come fosser nudi, tanto maestrevolmente eran congegnate quell’armi.

Oltre lancia, spada e pugnale che ogni uomo d’arme portava sulla persona, avea appese all’arcione davanti una mazza d’acciajo, ed un’azza: e gl’Italiani avean gran nome nel maneggio di quest’armi. Il modo poi d’ornarsi era vario, secondo il capriccio d’ognuno: sulla cima degli elmi svolazzavan penne di molti colori disposte per lo più intorno ad un lungo pennacchio formato della coda del pavone. Alcuni invece di penne aveano strisce di stoffa frastagliata, dette dai Francesi lambrequins. Chi portava sopravveste, chi tracolle, chi avendo un’armatura ricca e ben lavorata, la lasciava scoperta: anche i cavalli avevan sul capo o penne o qualche altro ornamento, e le briglie larghe quasi un palmo a festoni, e di colori che chiamavan l’occhio, spesso per la fattura e per la ricchezza degli ornati erano esse sole di gran valore. Sugli scudi, oltre l’impresa che solevan portarvi dipinta, avean gl’Italiani fatto scrivere motti convenienti a quell’occasione: quello di Fieramosca diceva, per citarne uno: Quid possit pateat saltem nunc Itala virtus.

Un araldo alla fine venne avanti in mezzo al campo, e bandì ad alta voce, che alcuno non ardisse favorire