Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/51

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zione, nelle attuali circostanze ove fra due re potenti con incerta fortuna si combatteva, potea produrre gravi conseguenze per lui, per la sua causa e per la parte colonnese. Il vincere una disfida che avrebbe certamente fatto gran rumore, dava molta riputazione agli uomini suoi ed alla sua bandiera; perciò, de’ capitani spagnuoli e francesi qualunque restasse vittorioso, avrebbe alla conclusione avuto maggior riguardo ad offenderlo e maggior interesse a tenerselo amico.

A tutti è noto inoltre, quanto in terra di Roma fosse ostinato il contrasto fra la parte colonnese ed orsina, che malcondotte entrambe dalla forza e dalle frodi d’Alessandro VI e di Cesare Borgia potevano, o coi soccorsi stranieri, o col proprio valore, ajutati da qualche felice occasione, pensare a rifarsi; onde se v’era mai stato tempo da dover tenere l’invito della fortuna ed afferrarla pe’ capelli, era questo sicuramente.

Conosceva il sagace condottiere gli spiriti bollenti di Fieramosca e quanto potesse in lui sete di gloria ed amor di patria; vedeva che da’ suoi discorsi erano spesso infiammati gli animi de’ compagni a mostrarsi Italiani, e sentì quanto poteva a quest’ora ajutare coll’esempio, e coi detti accendere vieppiù quel divino ardore che rende l’uomo pari alle grandi imprese.

A lui dunque si volse cominciando a parlare: disse già in parte conoscere l’accaduto, ma voler ora udirlo più distesamente, onde si potesse prender subito un partito. Ettore espose il fatto, magnificando le parole d’Inigo dette in favore della nazione italiana: quand’ebbe finito, il signor Prospero alzandosi in piedi, parlò così:

— Illustri signori! Se voi non foste quelli che siete, ed io per la compagnia avuta con essovoi in tante battaglie non avessi esperienza dell’alto valor