Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/84

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capitolo vi. 81


— Appunto, — rispose Fieramosca, il quale malgrado la generosità del suo carattere non poteva superare un senso di rammarico vedendo, chi credeva nel mondo di là, vivo e giusto possessore di colei che amava più della vita. Ebbe un bel pensare, e sforzarsi per non lasciar quell’appunto così asciutto; tutto fu inutile, e tacque. Grajano non era tale da accorgersi di queste mezze tinte; visto che il discorso cadeva seguitò:

— E così, che cosa facciamo? Stiamo per Spagna, eh?

Ad Ettore parve queste interrogazioni, in plurale sapessero un po’ troppo di saccenteria, e rispose:

— Che cosa facciamo? Voi, non so. Io sto per lancia col signor Prospero.

— Eh! badate al proverbio, — disse ridendo il piemontese, — Orsin, Colonna e Frangipani, riscuoton oggi e pagano domani.

Questo detto correva allora fra i soldati di ventura italiani, e nasceva dalla strettezza di denaro in cui si trovavan spesso i baroni della Campagna di Roma, i quali eran perciò più avidi dell’altrui che puntuali a sborsar le paghe dei propri soldati.

Fieramosca non era sullo scherzare in quel momento, onde non rispose nulla: tuttavia, per non parere scortese, lo domandò dell’esser suo, e perchè si fosse partito dal Valentino.

— Oh! — rispose Grajano, — perchè colui ne vuol troppo, ed ha messa troppa carne a bollire; e se oggi o domani muore il papa, gli saranno tutti addosso, e gli faranno restituire capitale e frutti. Basta, di quel galantuomo è meglio dirne nè mal nè bene. Ora mi son accomodato qui, e son contentone che non cambierei col papa.

Durante questo dialogo eran venuti alla tenda ove trovarono da far colazione. Com’ebbero finito, e fu

Ettore. 6