Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/90

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

capitolo vii. 87

a provvedersi d’altri appoggi, ove questi gli fossero mancati.

L’occhio suo, scopritore d’ogni pratica, indagatore di ogni senno e d’ogni cuore più chiuso, gli mostrò qual fosse realmente allora la condizione d’Italia. Conosceva il valore impetuoso de’ Francesi, più atto a vincer una giornata che a sostenere i fastidj di una guerra magra e lunga.

Presentiva quanto valesse il solo Consalvo ad abbattere la loro potenza. Lo vedeva per valore, prudenza, perseveranza terribile, presso a fiaccare la fortuna de’ gigli. Gli parve dunque d’attaccar qualche filo con lui onde aver aperta una porta se gli venissero meno gli antichi amici. Una pratica tanto gelosa, e della quale se fosse trapelato nulla alla parte francese, al certo si trovava disfatto, non poteva esser commessa alla fede d’alcuno. Per questi rispetti era partito occultamente da Sinigaglia, e s’era condotto a Barletta.

Mancava un’ora all’alba, ed il Valentino, che aveva di quei temperamenti ferrei ai quali non è quasi necessario il riposo, s’alzò, chiamò D. Michele che già stava in orecchi per non esser tardo, e consegnandogli una lettera gli disse:

— Questa a Consalvo. Daratti un salvacondotto. Se ti domanda di me, io non sono in Barletta, ma son presso. Jer sera da quei soldati, che facean gozzoviglia qui sotto, seppi il fatto di Ginevra al tutto. Ora son certo che quel Fieramosca l’ha seco, o non lontana: e suppongo in parte ove si va per mare. Prima di vespro vo’ saper dov’è. Trova Fieramosca, e fa che non mi fuggano.

D. Michele ricevette la lettera e gli ordini del suo signore senza proferir parola. Tornò in camera, si vestì, e quando fu giorno chiaro, tiratosi in capo il cappuccio s’incamminò alla rôcca.

Mentre D. Michele usciva, il duca s’era fatto alla