Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/95

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del regno seduto una mezz’ora del dopo pranzo sulla panca dello speziale) e di più voleva che si ridesse. D. Michele crepava dalle risa, e gli diceva: io non conobbi mai il più piacevole uomo! oh bella questa! oh curiosa quest’altra!e così diventarono amiconi in meno di mezz’ora.

In quel tempo Prospero Colonna che usciva da Consalvo col salvocondotto per la sfida, traversò la sala, e tutti gli fecero riverenza. D. Michele domandò chi fosse quel barone, e a D. Litterio non parve vero di far il saccente, e venne a parlar della sfida, di ciò che s’era detto alla cena, di Fieramosca, de’ suoi amori; e D. Michele n’ebbe miglior mercato che non sperava, e disse mostrando premura:

— Questo giovane.... come lo chiamate?

— Fieramosca.

— Questo Fieramosca è egli vostro amico, che vi preme tanto?

— Oh! mio amicissimo. E preme molto al signor Prospero, e poi universalmente a tutti.... È tanto un bravo giovane! Ci vediamo ogni sera o in casa Colonna, o in piazza. Peccato! che ha un brutto vizio. Non ride mai, mai! vedete. Sempre con una faccia di scomunicato che ti senti accorare. Eh! io è un pezzo che me n’ero accorto, e non mi volevano credere. Son curiosi questi bravacci di soldati. Pare che sia vergogna per loro d’esser innamorati! Insomma, ier sera il prigione francese che l’ha conosciuto a Roma ha cantato: ed ora poi non c’è più dubbio. Dice bene il proverbio «Amore, tosse e scabbia, non la mostra chi non l’abbia».

La lepidezza del podestà fu accolta al solito da D. Michele con una risata, che dovette replicare due o tre volte, poichè piacque a D. Litterio di replicare altrettante il suo proverbio. Tornati poi sul serio, il primo riprese: