Pagina:Dalle dita al calcolatore.djvu/237

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14. la meccanizzazione della contabilità 215

 Negli ultimi anni dell’Ottocento le macchine calcolatrici permettono di affrontare calcoli gestionali molto complicati, ma la complessità delle ditte e le loro necessità gestionali crescono in maniera più veloce, tanto che si formano uffici specifici (che poi diventeranno i centri meccanografici) per eseguire tutti i calcoli del caso. Nel Novecento, la disponibilità di motori elettrici a basso costo, minimo ingombro e facilmente alimentabili, favorisce la realizzazione delle calcolatrici elettromeccaniche: queste macchine sono concettualmente identiche alla pascalina, ma sono mosse da un motore elettrico che consente di eseguire un volume di conti molto più ampio e in più breve tempo. Esemplare classico di questo tipo di macchine è la Divisumma, ancora presente in molti uffici. L’ultimo passo avviene negli anni sessanta e settanta con la comparsa e la diffusione delle calcolatrici elettroniche, basate su princìpi che non coinvolgono più la meccanica.

Per la prima volta è la tecnologia delle calcolatrici ad andare a rimorchio di quella dei calcolatori: infatti, per la realizzazione di queste macchine era stato necessario mettere a punto meccanismi che, operando in codice binario e attraverso la presenza o no di una certa tensione su un conduttore, fossero capaci di eseguire calcoli in maniera molto veloce.

Altra caratteristica di questi dispositivi è la notevolissima compattezza e il bassissimo consumo energetico: diventa così possibile la miniaturizzazione delle calcolatrici, l’indipendenza dalla connessione alla rete elettrica – ottenuta con alimentazione a pile – e una potenza di calcolo ulteriormente estesa.

Queste nuove calcolatrici si diffondono a livello di massa: vengono usate dai bambini nelle scuole, dalle massaie al mercato, dai geometri, dagli ingegneri e dai tecnici, per i quali diventano il succedaneo naturale del regolo.

È ovvio che queste macchine compiono, oltre alle