Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/125

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sul campo 115


«Euh!» fece B. «Si sapeva bene.

Gli altri tacquero.

«E cosa dicono questi signori elettori?» chiese Cortis.

«Cosa dicono?» rispose B. «Guarda il giornalista cosa dice.

«Il giornalista è un idiota.

«Ah, mio caro, i nostri elettori non sono mica tanti Cavour. Non capiscono. Vedono cattolico, vedono civiltà cristiana, vedono nuovo partito parlamentare, non intendono bene le distinzioni che si possono fare tra conservatore e clericale, e dicono addirittura che già sei clericale. Il chiasso maggiore poi, lo fanno per quella prima frase del passare come che sia e gridano... scusa, io adesso ripeto... gridano che è una slealtà, una indegnità che ti basta di farti eleggere in un modo o nell’altro, che ti fai giuoco del collegio e che so io. Ma già bisogna sapere che quell’altro ha fatto un lavoro del diavolo, e per questa gente lavorata la lettera è un pretesto. Infatti, son loro che non ti vogliono neppur sentire.

«Ma bisogna» disse Cortis con gli occhi scintillanti, «bisogna che mi sentano! Oh Santo Dio, cosa possono aver capito da quella lettera? bisogna che mi sentano!

«Sì, sì, bisogna, bisogna» brontolò B. con un riso amaro. «Ma vorranno? Speriamo!

«Io vengo senza invito e solo, se i miei amici non hanno il coraggio di accompagnarmi» rispose Cortis. «E se nessuno mi dà la parola, me la piglio. E...?

Qui Cortis nominò un pezzo grosso, quel grande elettore che lo favoriva.