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tazione in pubblico, che se per ora non si può far di meglio, convien passare come che sia; e voi comprenderete facilmente, rileggendo quella lettera, che io non potevo alludere alla mia situazione personale in questo collegio; comprenderete che io alludevo invece al presente periodo della vita politica nazionale, periodo poco prospero, a mio avviso, e poco promettente, periodo che bisogna pure attraversare alla meglio, augurando e preparando un altro ideale.

La stessa voce di prima gridò: «Bravo!».

Vi furono dei «zitto», delle risatine sommesse. Tutti guardavano verso un angolo della sala.

«Io ringrazio il mio incognito amico» disse Cortis, guardando anche lui da quella parte e ottenendo opportunamente dall’uditorio un riso blando, «io ringrazio il mio incognito amico che mi conforta con l’esempio a esprimere le convinzioni del mio cuore anche a costo di essere vox clamantis in deserto.

Risa e alcuni applausi tosto repressi. Cortis si fermò un momento; quindi riprese abbassando e rallentando la voce:

«Vengo a questo ideale.

Chinò il viso per raccogliere un poco i pensieri. Nessuno fiatava. Tutti gli occhi erano fissi in lui che rialzò subito la fronte e la voce.

«No, onorevoli signori, il mio ideale politico non sarà mai l’ideale politico del partito che vorrebbe subordinare i diritti e gli interessi dello Stato a un’autorità, sia pur grande, sia pur legittima, ma fondata sovr’altra base, con altri mezzi, per altro fine. Io posso desiderare, per un concetto di equilibrio politico e per un patriottico voto di pacificazione interna, che questo partito accetti onestamente l’attuale ordine di