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sul campo 129

ardite dichiarazioni mi togliessero l’onore di entrare col vostro suffragio in Parlamento. Io ho fatto in quella mia lettera una citazione di mal augurio: la frase sullo sviluppo della civiltà cristiana fu scritta dal conte di Cavour in un programma agli elettori di Vercelli, che lo lasciarono sul lastrico. È probabile, se mi si concede un così grande esempio, che mi tocchi la stessa sorte; grato a quelli di voi che mi avranno mantenuta la loro fede, non serberò risentimento alcuno contro chi me l’avrà tolta.

«Si parlò di alte influenze a mio favore; non ne ho mai mendicate, nè ora ne mendicherò. Se vi hanno in questo collegio dei numi che tutto muovono col ciglio, non voglio si dica di me come di quell’imperatore romano prossimo a perdere il potere e la vita: alieni jam imperii fatigabat deos. Uscendo da questa lotta vinto ma non abbassato, io mi ricorderò, signori, che in ogni paese libero vi sono dei rappresentanti senza mandato, dei legislatori fuori del Parlamento; che vi è modo per ogni cittadino di propugnare davanti alla nazione qualunque concetto politico, e che una muta pallina bianca o nera non è il solo mezzo nè il più potente di farlo prevalere.»

Le prime file, di fronte all’oratore, applaudirono: dalle altre si levò un lungo mormorìo di commenti diversi. I membri del comitato rimasero immobili. Solo il presidente strinse la mano a Cortis e gli disse a mezza voce, un po’ con l’aria del professore contento:

«Bravo, bravo, molto franco, molto schietto. Belle, idee nobili.

Cortis, pallido e grave, gli rispose solo: «Adesso