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voci nel buio 143


Quello era il libro che Elena aveva prima riposto con tanta emozione, per portarselo via: con una emozione così gelosamente nascosta nell’ultimo biglietto, dopo quell’impeto di pentimento. Forse dal primo biglietto ne traspariva ancora troppa ed ella non aveva voluto tradirsi.

La contessa tornò con questo biglietto. Non era possibile indovinarvi neppure una lettera. Cortis ci si provò invano e lo rese alla contessa con apparente indifferenza, senza dir parola.

«Stamattina le ho scritto, intanto» diss’ella. «Ma penso cosa sarà successo o cosa succederà quando suo marito sappia di essere stato ingannato. Una bestia di quella sorte!

La contessa parlava, gemeva, sospirava, riparlava, mescolando nei suoi lamenti il passato, il presente e l’avvenire. Cortis non le rispondeva mai.

«Se fossi un uomo» diss’ella finalmente «credo che le sarei già corsa dietro. Ti pare ch’io possa pregar qualcheduno, Daniele, di farmi questo piacere?

Cortis non aveva intesa la domanda, se la fece ripetere. La contessa si lagnò della sua freddezza, gli rimproverò di non pensare che all’elezione.

Ma Daniele non capiva ancora perchè si dovrebbe correr dietro ai Di Santa Giulia. E poi, per tre giorni ancora, quanti ne mancavano alla gran domenica, non avrebbe potuto muoversi.

Pranzarono insieme nel fresco salotto di tramontana che guarda gli abeti del giardino e le scogliere nude di monte Barco.

«Anche star qui in questa malinconia, sai!» disse la contessa. «Chi sa quando potrò tirar quell’altro in città!