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rere con Pitantoi che portava dei gamberi alla contessa. Solo a sera tarda ritornò a quel pensiero.

Dopo avere scritto nel suo studio con Saturno ai piedi, una dozzina di biglietti, suonò per il domestico e dispose che fossero recati alla posta. Quindi, congedatolo, prese un foglio grande e si pose a scrivere velocemente:


Villascura, 30 giugno 1881.

Elena,

Credevo trovar te, la tua voce, il tuo viso, il tuo cuore; ho trovato i tuoi ringraziamenti e saluti. Cosa avevi scritto nel biglietto che la zia raccolse nel tuo tavolino? Cosa hai creduto, Elena, di poter lacerare e cancellare? Io, che sto scrivendo in questa grande stamberga vuota di Villascura, col cervello stanco e col cuore amaro, mi sento, malgrado i tuoi carissimi ringraziamenti e saluti, l’anima tua qui, presso a me.

Era meglio che mia madre fosse morta veramente. Non te ne dico altro. È ben difficile che io la riveda così presto. Provvederò a lei come devo, ma da lontano. Sai cosa me ne resta nel cuore? La memoria di mio padre, ancor più alta e serena.

Sono venuto via da Lugano a precipizio per la mia elezione che va a rotoli. Me ne rincresce per i miei poveri amici che ne soffriranno nel fegato, quelli che ne hanno. Venni difilato da Lugano a... Alla stazione mi fischiarono, ma poi feci un discorso politico al circolo elettorale e offersi più tardi, al caffè, un indefinito numero di schiaffi; credo proprio non essere in debito verso quegli eccellenti miei fratelli.

Il discorso, molto cattolico ma sempre dal punto di vista dello Stato, mi andò così e così. Sai che