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gli affari del barone 155

donna Elena non gliene importava nulla, lui non voleva...

«Clenezzi!» diss’ella interrompendolo con accento di dolente rimprovero; e gli stese la mano.

Queste bizze del suo vecchio amico le erano familiari; egli aveva, a sessant’anni, il fuoco d’un ragazzo di venti.

«Mi scusi» rispose questi, baciando con certa ingordigia la bianca mano affilata. «Ho torto. Son di Bergamo, son nato sul Brembo, son furioso.

«No, no» interruppe Elena, «ma senta. Se avessi figli! Però mi dica. Tutto quello che posso per mio marito, lo devo fare e lo farò.

Allora il senatore le domandò se non avesse mai sospettato di qualche disordine negli affari di suo marito. Sì, ell’avrebbe potuto sospettarne da molto tempo se si fosse curata di certi ceffi che venivano a cercar di suo marito, di certe lettere che lo irritavano, del tempestare che faceva per ogni piccola spesa domestica. Sapeva pure che giuocava, n’era stata informata prima da lettere anonime pervenute a lei e a suo zio; poi un’amica zelante gliel’aveva sussurrato a Roma. Nel maggio, prima di andare a Passo di Rovese, suo marito l’aveva richiesta d’interporsi presso i Carrè per fargli avere una certa somma.

Elena si fermò a questo punto. A Clenezzi pareva impossibile che il barone non avesse lasciato trapelar niente a sua moglie delle minacce che gli pendevano sul capo. Era proprio così. Donna Elena non ne sapeva niente e le tornava in viso la gelida indifferenza di prima. L’altro incominciò allora bruscamente a dire che poteva trattarsi dell’onore e della libertà.